Antonio Calza – Verona, 1653/1729

“Dopo Battaglia” – Olio su tela – Dimensioni 125×146

Antonio Calza fu senza dubbio tra i più affermati e validi specialisti del suo tempo dei temi bellici, emergendo nell’ambito emiliano e segnatamente veneto durante i due decenni finali del XVII secolo e nei tre del secolo successivo. Dopo essersi formato a Bologna e Roma, ove probabilmente ebbe modo di frequentare il Borgognone, caposcuola indiscusso del settore (due sue opere giovanili del Museo di Castelvecchio di Verona sono assai vicine al Courtois), fu attivo in varie città italiane, da Milano a Firenze e soprattutto a Venezia, oltre che a Vienna, dove dal 1712 al 1716 fu al servizio del principe Eugenio di Savoia. Naturalmente molti suoi quadri, come riportato da B. Dal Pozzo (Vite de’ Pittori, degli Scultori et Architetti Veronesi, Verona 1716), furono compiuti per collezionisti della sua città natale, nel cui ambito si affermò come il maggiore specialista (fu anche pittore di figura, con opere chiesastiche), dando vita a un prolifico seguito. Comunque il Calza dai siffatti basilari ascendenti, a cui occorre aggiungere anche una sicura considerazione delle “battaglie” di Salvator Rosa, seppe sviluppare uno stile originalmente personale, basato prevalentemente sul suo inconfondibile cromatismo e sulla sua disinvolta libertà figurativa. Tuttavia parallelamente al succitato profilo stilistico e pittorico, più rappresentativo della sua prolifica attività di ‘battaglista’, occorre sottolineare come ho avuto modo di puntualizzare nell’ampio capitolo a lui dedicato nel volume I Pittori di Battaglie. Maestri italiani e stranieri del XVII e XVIII secolo (De Luca Editori, Roma 1999, pp. 60-67 e 228-257), che egli esplicò anche un’impostazione figurativa più equilibrata e di chiara lettura, con scene focalizzate sugli schieramenti degli eserciti prima dello scontro, o con altre concernenti aspetti anteriori o posteriori alla vera e propria battaglia. Un esempio tipico di questi suoi interessi collaterali è la rilevante spaziosa “Scena bellica” (dipinto a olio su tela, 125 x 146), da Lei sottoposta alla mia attenzione, che è imperniata sulla raccolta dei morti e l’assistenza ai feriti su un vasto declivio collinare, teatro di una grande battaglia da poco terminata, come attestano i vasti movimenti di cavalieri che si aggirano tra i caduti. Un soggetto che, colla comune denominazione di “Dopo la battaglia”, fu ampiamente coltivato da molti ‘battaglisti’, seguendo l’esempio iniziale di Jacques Courtois detto il Borgognone che compì varie incisioni in proposito, alcune delle quali del Gabinetto Nazionale delle Stampe di Roma – la “Raccolta dei caduti”, la “Raccolta dei Morti” e il “Trasporto dei morti” – ho illustrato nella succitata pubblicazione. Ma queste scene sono imperniate su non molte figure con gli sfondi paesaggistici solo rapidamente accennati. Invece la “Scena” in esame nella sua ampia distensione, punteggiata dalle innumerevoli figure dei caduti e dei soccorritori, e con la drammatica visione del dettagliato gruppo centrale che emerge in primo piano, intorno al corpo esanime di un condottiero che, spogliato delle sue armature, sparse a terra intorno a lui, giace nudo al suolo, assume una risonanza epica nel comunicare al riguardante una incisiva sensazione della cruente grandiosità dello scontro avvenuto. Infatti il Calza – alla cui paternità riconduce senza alcun dubbio, il gusto espositivo generale, l’analisi tipologica e l’impronta pittorica di questa scena – fu di certo lo specialista che seppe rendere con più nitida definizione e al contempo con più sensibile compartecipazione questo aspetto della “battaglia”, vista non nel suo svolgimento ma nelle sue funeste conseguenze. Tra i diversi esempi che ce ne offre il suo catalogo – ne ho pubblicati alcuni nel succitato volume – questo qui preso in esame è senz’altro da considerarsi tra i migliori se non il primo in assoluto, almeno sul piano del coinvolgimento emotivo dello spettatore. Una realizzazione alla cui base è in primo luogo la sua originale personalità, sostenuta però in queste scene, in cui il suo estro inventivo lascia il passo a una ricercata attinenza realistica, da una specifica perizia militare, di cui gli resero conto le fonti biografiche bolognesi a riscontro di un proficuo soggiorno del maestro veronese nella città felsinea, ad iniziare da P.A. Orlandi (L’Abecedario pittorico …, Bologna 1719) che scrive della sua capacità di descrivere dettagliatamente gli schieramenti degli eserciti, pur qualificandolo pittore “di forza amena e di grande invenzione”, a L. Crespi ” (Felsina Pittrice …, Roma 1769) che lo ricorda non solo per il suo “fuoco d’ideare” ma anche per “una prontezza di disegnare e una certa grazia di toccare”. Qualità che si rispecchiano magistralmente in questa scena, dove sullo sfondo di un campo di battaglia formicolante di minute ma ben distinguibili figure, emerge al centro un gruppo di cavalieri delineati a ‘tutto tondo’, con due trombettieri, un porta bandiera e uno con cappello piumato bianco ed azzurro, che si piega verso un soldato che solleva verso di lui un sacchetto con una cordicella, appartenuto a un condottiero, presumibilmente dell’esercito sconfitto, che giace morto a terra. Ma potrebbe anche trattarsi di uno di alto rango dei vincitori. In primo piano sono sparse a terra le sue armi ed armature, insieme alle sue vesti. Le quali con il tamburo sulla sinistra ed altri oggetti, costituiscono uno stupendo brano di “natura morta”. Poco dietro a sinora due frati impartiscono l’estrema unzione a un soldato moribondo. Nell’angolo in basso a destra un guerriero seduto, ancora completamente bardato e con lo stesso cappello piumato del condottiero prima citato, funge da quinta introduttiva alla complessa scena, che è senz’altro da ponderarsi un capolavoro della ‘battaglistica’ in generale e di questo soggetto in particolare.